LASCITI LUMINOSI

on in STILL LIFE
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Nella società dei consumi, gli strumenti usati dall’uomo per lavorare vengono spesso dimenticati e abbandonati una volta messi in ombra da altri tecnologicamente più evoluti.

Lo scopo che mi sono prefissato nella mia ricerca per immagini è stato quello di rimetterli in luce evidenziando la loro essenza funzionale, quindi come oggetti pensati e progettati dall’uomo, ma anche la loro bellezza formale. Nel perseguire quest’ultima, grazie al mezzo fotografico sono incappato in scoperte inaspettate in cui l’oggetto si è figurato in qualcosa di diverso da quello che è realmente.

Il mio progetto di ricerca è durato 9 mesi – il tempo per mettere al mondo una nuova Vita! – ed è il risultato di riflessioni e sguardi rivolti alla mia passata formazione in campo visivo. Alla sua conclusione ho voluto esporre la serie di immagini in alcune mostre personali tenutesi nella provincia di Bergamo dove vivo e lavoro.

PASSANTE
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RECENSIONI DELLE MOSTRE

Mostra tenutasi presso la Galleria Borgo d’Oro dall’1 al 7 agosto 2013

Testo introduttivo di Elio Grazioli

Che cos’è una cosa? Che cos’ha di peculiare quel particolare oggetto che è una fotografia? E quello che chiamiamo opera d’arte? Le cose non sono “natura morta”, come indica tradizionalmente il genere della loro rappresentazione, ma piuttosto vita immobile o silenziosa, come dice meglio l’inglese “still life”, in vari modi e in vari sensi su cui artisti, filosofi, antropologi e studiosi di ogni disciplina si sono interrogati e ancora si interrogano in questa società di oggetti sempre nuovi. Le cose si relazionano a noi, in alcuni casi ci parlano a modo loro, in altri le dotiamo perfino di una sorta di vita propria, reale o immaginaria che sia. L’opera d’arte, da parte sua, è un oggetto sui generis, in cui si mette in opera, si pone in essere la verità della cosa stessa, come dice il filosofo. E la fotografia? Che l’oggetto e la sua immagine non siano la stessa cosa è questione che non finisce di sorprenderci, che l’immagine più realmente oggettiva di un oggetto – essendone, come ricordiamo, una sua impronta luminosa diretta – si sia a sua volta fatta oggetto con determinate caratteristiche è una complicazione con cui facciamo i conti continuamente, e che oggi, peraltro, torna impellente dal momento in cui l’immagine si fa digitale, smaterializzata sullo schermo di un monitor.

Intanto va detto che la fotografia ha un ruolo storico importante nel riproporsi di queste domande. Quando è apparsa la prima volta, cioè quando è stata inventata, ha cambiato lo sguardo, la visione dell’uomo sul mondo e sulle cose, cambiando con esso anche la concezione e lo statuto delle cose stesse. La ragione ne è che, nel momento stesso in cui le restituisce come immagine meccanica e oggettiva, in realtà le riconsegna anche come passate, svelando cioè nell’immagine la dimensione temporale. E non una dimensione temporale quale si era abituati a pensare di fronte a un’immagine, ma una più o diversamente intricata.

Da un lato infatti la fotografia cattura per la prima volta realmente l’istante, il presente, strappato allo scorrere del tempo e finalmente reso visibile, non sfuggente e inafferrabile come era sempre stato. Dall’altro questo stesso istante, fissato, pietrificato, lo rappresenta inevitabilmente e inesorabilmente come già trascorso, come momento che è stato, con tutto il senso melanconico di ciò che non è più. Così l’obiettivo fotografico è descritto talvolta come moderno occhio della Medusa e la macchina fotografica paragonata a un’arma, che “uccide” ciò che colpisce, consegnandolo di fatto al passato. Dall’altro lato ancora, però, l’immagine fotografica non solo lo conserva, lo fa diventare documento che posso consultare anche dopo la sparizione reale dell’oggetto rappresentato, ma rende manifesto come nell’istante bloccato sia contenuta sia una sospensione del tempo, come un gesto che non si compirà mai, sia un tempo sospeso nel senso di condensato, accumulato, concentrato, una durata, come il peso di un corpo nell’impronta che ha lasciato.

È grazie a questa compresenza che l’immagine fotografica diventa una meditazione sul tempo e che la “vita silenziosa” delle cose si manifesta e si anima. Quello che in un primo momento mi si presenta come uno strumento di morte, di fissazione, di melanconia, diventa all’opposto uno strumento vivificatore, di ricarica, di rielaborazione.

Credo che questo sia il tema di fondo da cui muove il progetto Lasciti luminosi di Mauro Ravasio, quello del recupero e della rivalorizzazione di oggetti, come lui stesso dichiara, che l’uomo ha usato per lavorare e che con l’evoluzione della tecnologia ha dovuto abbandonare e sono caduti in disuso. Su questo assunto egli è intervenuto in maniera originale privilegiando un altro elemento centrale della fotografia, quello stesso che le dà il nome e che ritroviamo evocato nel titolo del progetto, cioè la luce. “Fotografia” significa naturalmente “scrittura di luce”, cioè fisicamente e semiologicamente impronta luminosa, e al tempo stesso possibilità di elaborazione attraverso la luce, l’illuminazione. È la luce qui l’elemento di redenzione dalla fatalità del tempo. Ravasio ha voluto lavorare sull’accentuazione dei contrasti chiaroscurali in modo da enfatizzare, mettere in bella evidenzia la centralità appunto della luce, e al tempo stesso per dare l’impressione come di un ritrovamento casuale e inatteso degli oggetti raffigurati, abbandonati da tempo, per un po’ dimenticati e in cui si è di nuovo incappati. I cultori dell’arte contemporanea potranno riconoscervi anche una versione di quello che Marcel Duchamp ha chiamato un “appuntamento”, cioè un incontro fortuito sì, ma ricercato, per il desiderio di ridare senso, un senso diverso, all’oggetto, e al tempo. I cultori della fotografia riconosceranno da parte loro un rimando alle fotografie di oggetti di Irving Penn, autore particolarmente amato e studiato da Ravasio. Allo stesso modo gli oggetti in Ravasio riprendono una vita che è manifestata dalle metafore evocate nei titoli. A volte assumono forme animali, dal babbuino alla lumaca alla rana, a volte si dispongono in piccole scene umane, come la mamma con il figlio che aspettano o il passante notturno. Tutti comunque qui alludono ad altro, sono caricati di vita altra.

Una sezione centrale e che ci dà ragione di aver voluto partire dai caratteri peculiari della fotografia è quella in cui Ravasio mette insieme rimando metaforico e riflessione sulla fotografia in quelle immagini realizzate con materiali fotografici caduti in disuso e che hanno come sottotitoli indicativi la sequenza dei procedimenti fotografici: camera oscura, fissaggio, stampa, ingrandimento e perfino rifinitura con il taglierino. È la dichiarazione della consapevolezza che ogni immagine con ambizione estetica comporta anche, dentro l’immagine stessa, una riflessione sul mezzo che si utilizza per realizzarla. Rifacendoci alle questioni introdotte all’inizio ecco che la riflessione diventa complessiva: cosa, fotografia e opera d’arte sono legate tra loro più di quanto si consideri normalmente e la riflessione sulle tre le intreccia e le sovrappone nella forma dell’immagine.

Un’ultima osservazione sul carattere di fuori uso degli oggetti che ha ispirato Ravasio: Walter Benjamin scriveva che in ciò che cade in disuso, che va fuori moda, per usare un’espressione che speriamo allusiva di altre riflessioni possibili, che lui chiamava “obsoleto”, perché sostituito da un’evoluzione tecnologica che lo rende non più competitivo, ebbene si può manifestare a volte una sorta proprio di cortocircuito temporale, cioè la prefigurazione di una possibilità inattesa che può maturare più tardi a distanza anche di molto tempo e addirittura scavalcare proprio ciò che lo aveva scalzato; così nel diorama sostituito dalla fotografia è in realtà contenuta già l’idea del cinema che per molti versi è un’evoluzione della fotografia. Non è necessario pensare che siamo in tempi particolari di obsolescenza, per cui le veloci evoluzioni tecnologiche di oggi fanno cadere in disuso continuamente decine di oggetti ogni dove, ma com’è noto la fotografia in particolare sta vivendo un momento storico singolare in cui sta passando dalla sua fase analogica a quella digitale, come si suol dire, cambiando perciò in maniera per molti versi irreversibile. Sicuramente Ravasio dice qui la sua anche su questo argomento, almeno chiedendosi, pensiamo noi: E se nei vecchi strumenti stesse covando una vita insospettata che tornerà manifesta fra qualche tempo? Vale la pena scavare anche in questa direzione. Non è così che va interpretato, o comunque possiamo farlo noi, il termine “lasciti” del titolo del suo progetto? Questi oggetti non sono morti del tutto, ci lasciano qualcosa. L’aggettivo “luminosi” acquista così un valore allusivo ulteriormente aperto: sono lasciti di luce, che possiedono una luce propria e che a loro volta illuminano, illuminazioni come si dice degli inattesi momenti di lucidità e di intuizione.

Mostra tenutasi presso lo Spazio espositivo del Mutuo Soccorso a Febbraio del 2014

Testo introduttivo di Sem Galimberti dal titolo “Veloce come un lampo di magnesio”

Diverse suggestioni caricano gli occhi e la mente di fronte alle immagini di Mauro Ravasio. Si possono riassumere in due brevi note che hanno per titolo la memoria del tempo e la velocità dei mutamenti. Cominciamo dalla prima. La fotografia ha origini ben documentate nella temperie di fine Ottocento nella Ville Lumière in Francia. Illuminazione della città, luce sulla retina degli impressionisti, impressione della luce sulla lastra fotografica, fumi d’argento e poi collodio e via via procedendo nelle esplorazioni luminose fino alle immagini in movimento dei Fratelli Lumière. In nemmeno cinquant’anni si passa dal bitume di Giudea ai nuovi materiali fotosensibili. E il cammino vorticoso è documentato anche dalla presenza nella fiera di Bergamo dei primi del Novecento di un padiglione (con ingresso a pagamento) di materiali risalenti a Niepce accanto alla visione fugace dell’”Arrivo di un treno alla stazione di La Ciotat” dei già citati Fratelli Lumière. A questa tradizione di “lasciti”illustri, si collega il lavoro artistico di Mauro Ravasio. Anche lui scopre che la memoria del tempo può lasciare la sua patina sopra gli oggetti che, guarda caso, fanno parte dell’armamentario di un catturatore di immagini. Immagini ritrovate che vanno nella wunderKammer della nostra storia, nella collezione dei sentimenti e delle emozioni che partono da lontano e arrivano al nostro presente.

La seconda riflessione riguarda la velocità dei mutamenti e l’intuizione che ogni vero cambiamento ha alla base l’avvento di una nuova era tecnologica. Fu così ai tempi del plein air con l’invenzione dei tubetti di colore Talens ed è così anche oggi con la creazione di milioni di immagini attraverso lo scatto di un semplice telefonino. Immagini che possono essere immediatamente cancellate, modificate, spedite, giocate in mille modi come un effimero passatempo. La legge del contrappasso, nel caso delle immagini di Ravasio, sta proprio nella raffinata tecnica dell’autore che ridona uno scenario vivo alle cose morte, nella perfezione dello strumento che si fa testo, analisi, scenografia, ambiente e spazio e, naturalmente, anche con un pizzico di nostalgia.

 

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